DI GIANCARLO CARTECHINI
«La speranza che annunciamo deve essere coi piedi per terra», ha detto papa Leone durante la preghiera dell’Angelus il giorno dell’Epifania. C’è una storia nuova che attende di essere generata, e per farlo servono tessitori di speranza: l’artigianato della pace si sostituisca all’industria della guerra.
Se volessimo prendere alla lettera questo invito alla concretezza, dovremmo iniziare a raccogliere qualche informazione sull’industria delle armi, e, più in generale, porci qualche domanda scomoda su cosa significhi il termine “economia di guerra”, tornato purtroppo di attualità. Uno studio pubblicato lo scorso dicembre dal SIPRI, l’istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma, ha reso noto che nel 2024 i ricavi delle prime cento aziende produttrici di armi nel mondo sono arrivati a toccare la cifra record di 679 miliardi di dollari. Tra di esse ci sono due industrie italiane: anch’esse hanno aumentato in maniera considerevole il loro fatturato rispetto all’anno precedente.
L’industria della guerra è florida, vede nei conflitti armati che infiammano il mondo una fonte di ricavi. Ma si può contrastare, come suggerisce il Papa, una struttura economica così radicata, con l’attività di alcuni artigiani? Un recente saggio di Guido Bosticco, docente all’università di Pavia e collaboratore di Avvenire, “Figure del possibile”, offre lo spunto per alcune riflessioni.
Rispetto alla standardizzazione che caratterizza l’industria, quella artigiana è una pratica creativa che si modifica in continuazione; cerca nuove soluzioni, usa l’esperienza per innovare. Rappresenta un punto di snodo tra pensiero e azione, teoria e pratica e, in rapporto al tempo, tra passato, presente e futuro. Quello dell’artigianato, afferma Bosticco, è un concetto evolutivo per eccellenza. Uno degli aspetti più interessanti è che l’attività dell’artigiano si sviluppa in un contesto comunitario: mentre l’artista cerca la gloria nell’unicità della sua opera, l’artigiano nasce all’interno di una scuola, ne assorbe l’esperienza e contribuisce al suo sviluppo. Il prodotto del suo lavoro unisce riproducibilità ed unicità, soprattutto richiede un destinatario che lo utilizzi. L’artigiano è uomo di azione: partendo da un progetto, modella cose che saranno utilizzate da altri, per azioni che coinvolgeranno altre persone. Un visionario con i piedi per terra, appunto.
Potrebbe essere la figura adatta per i tempi che stiamo vivendo, contraddistinti dal fenomeno che lo scrittore indiano Amitav Ghosh ha definito “la grande cecità”. La nostra epoca è caratterizzata da eventi che solo pochi anni fa sarebbero stati considerati altamente improbabili. Sconquassi interconnessi, difficile da comprendere. Intrappolati in un immaginario individualizzante, non riusciamo a renderci conto di quanto sta accadendo. Contrariamente a quello che amiamo pensare, la nostra vita non è guidata dalla ragione, ma dall’inerzia dell’abitudine. E proprio di inerzia e cecità sembrano approfittare i risorgenti imperialismi, capaci solo di proporre quella che Ghosh chiama la “politica della scialuppa armata”: frontiere militarizzate, politiche aggressive e anti-immigrazione.
Ciò di cui abbiamo bisogno è progettare una via d’uscita, figurarci come potrebbe essere, rimettere in circolo energie stordite dalla paura: artigiani in cammino, come auspica il Papa, in grado di prendere una nuova strada. Proprio come i Magi.
