In occasione della prima del Nabucco allo Sferisterio di Macerata per la 62^ edizione del Macerata Opera Festival, pubblichiamo la riflessione del vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi che rilegge il capolavoro di Giuseppe Verdi come straordinaria parabola geopolitica e spirituale. Dal dramma del conflitto israelo-palestinese all’uso politico delle religioni, fino al richiamo dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, Marconi analizza come le tensioni descritte da Verdi parlino direttamente alle crisi del XXI secolo. Di seguito il testo integrale della sua riflessione.
di mons. Nazzareno Marconi*
Ci sono opere liriche che appartengono al loro tempo e altre che, pur nate quasi due secoli fa, continuano a interrogare il nostro. Nabucco di Giuseppe Verdi è una di queste. Dietro il racconto biblico della conquista di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor non si cela soltanto una vicenda storica o religiosa: si sviluppa una riflessione universale sul rapporto tra oppressi e oppressori, tra guerra e pace, tra follia del potere e forza della ragione.
Il primo tema che rende Nabucco sorprendentemente attuale è quello dell’oppressione. Nell’opera il popolo ebraico è il popolo sconfitto, deportato e privato della propria terra. Il celebre coro “Va, pensiero” non è soltanto il canto della nostalgia per una patria perduta, ma la voce di tutti i popoli costretti all’esilio e alla sofferenza. La storia, tuttavia, insegna che il ruolo di vittima non è immutabile. Le vicende contemporanee mostrano come anche un popolo che ha conosciuto persecuzioni possa, in altre circostanze storiche, esercitare a sua volta il potere sull’altro. È inevitabile pensare al conflitto israelo-palestinese, dove il dramma delle sofferenze reciproche rischia di alimentare un circolo infinito di violenza. Verdi non offre una lettura politica del presente, ma ricorda che nessun popolo può fondare la propria sicurezza sulla sopraffazione dell’altro.
L’opera propone anche una riflessione profonda sul significato della fede. Nel Nabucco essa non è soltanto appartenenza religiosa, ma rappresenta l’identità culturale di un popolo. Gli ebrei sopravvivono alla sconfitta perché conservano memoria, tradizioni e speranza. La loro forza non deriva dalle armi, bensì dalla capacità di rimanere fedeli a ciò che sono. Alla fine, persino il sovrano vincitore riconosce il valore di quella fede e si converte. Al di là del significato religioso, il messaggio è che nessuna occupazione militare può cancellare una cultura quando essa continua a vivere nella coscienza di un popolo.
Questa riflessione richiama anche un tema molto attuale: la differenza tra una fede vissuta come ricerca della verità e della giustizia e una fede utilizzata come strumento di legittimazione del potere. Nella storia, e ancora oggi, i simboli religiosi possono essere impiegati per rafforzare il consenso politico o per giustificare guerre e nazionalismi. È una dinamica che molti osservatori hanno evidenziato tanto negli Stati Uniti, dove Donald Trump ha cercato il sostegno di una parte significativa del mondo evangelico e protestante, quanto nella Russia di Vladimir Putin, che ha fatto spesso riferimento alla tradizione dell’Ortodossia russa come elemento identitario del proprio progetto politico. Verdi sembra suggerire che la vera fede non è quella che consacra il potere, ma quella che richiama il potente ai suoi limiti e alla sua responsabilità verso il popolo.
Questa distinzione tra fede autentica e religione ridotta a strumento del potere trova una significativa consonanza anche nel magistero di Papa Leone XIV. Nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, il Pontefice richiama la Chiesa e la società a custodire la dignità della persona umana contro ogni forma di dominio, ricordando che la fede non può mai essere piegata agli interessi del potere politico, economico o tecnologico, ma deve essere sorgente di fraternità, giustizia e pace. La religione, quando diventa semplice ideologia al servizio dei governanti, tradisce sé stessa; quando invece difende la persona, il bene comune e la riconciliazione tra i popoli, manifesta la sua autentica vocazione. È lo stesso itinerario che Verdi mette in scena nel Nabucco: la falsa fede è quella che giustifica il sopruso e pretende di sacralizzare il potere; la vera fede è quella che converte il cuore del sovrano, restituisce libertà agli oppressi e apre la strada alla pace.
Accanto al conflitto tra eserciti si sviluppa il tema dell’amore. L’amore tra Ismaele e Fenena attraversa la guerra senza lasciarsi distruggere dall’odio. La guerra tenta continuamente di dividere, trasformando ogni rapporto umano in una scelta di appartenenza, ma Verdi suggerisce che l’amore possiede una forza capace di oltrepassare i confini politici, etnici e religiosi. Anche il gesto finale di Abigaille, che prima di morire chiede il perdono e favorisce l’unione dei due amanti, dimostra come perfino chi è stato consumato dall’ambizione possa ritrovare un’ultima scintilla di umanità. L’amore ribalta così la logica della guerra, perché costruisce ponti proprio dove il conflitto innalza muri.
Tra gli aspetti più moderni dell’opera emerge poi la rappresentazione della follia del potere. Nabucco, accecato dall’orgoglio, arriva a proclamarsi dio. In quel momento perde il senso del limite e precipita nella rovina. La sua pazzia non distrugge soltanto i nemici, ma lacera il suo stesso regno, alimenta lotte interne e apre la strada alla violenza di Abigaille. È un meccanismo che la storia conosce bene: quando un leader si considera infallibile e pretende di concentrare tutto il potere nelle proprie mani, il prezzo viene pagato dall’intera comunità. Anche nel mondo contemporaneo il rischio riemerge ogni volta che il potere tende a identificarsi con la persona del capo, riducendo il confronto democratico e alimentando la convinzione che il leader incarni da solo il destino della nazione. È una tentazione che può assumere forme diverse, ma che conduce sempre alla polarizzazione, ai conflitti interni e, nei casi più estremi, alla guerra.
La conclusione del Nabucco non celebra una vittoria militare, ma una trasformazione morale. Nabucco recupera la ragione, riconosce i propri errori, libera gli oppressi e rinuncia alla logica della forza. La pace nasce quando il sovrano abbandona la pretesa di essere assoluto e quando il popolo ritrova una fede autentica, intesa come ricerca della giustizia, della dignità e del rispetto dell’altro. La falsa fede è quella che giustifica il dominio, il sopruso e la violenza; la vera fede è quella che protegge la persona, custodisce l’amore e rende possibile la riconciliazione.
Per questo Nabucco continua a parlare al nostro tempo. L’opera di Verdi ricorda che nessuna guerra produce veri vincitori, che il potere senza limiti conduce alla rovina e che la pace non nasce dalla paura, ma dalla ragione, dalla capacità di riconoscere l’umanità dell’altro e dalla fedeltà ai valori più profondi di una comunità. È un messaggio che supera il palcoscenico e continua a interrogare il presente con sorprendente forza.
