A dieci anni dal terremoto, la ricostruzione nelle aree interne delle Marche procede, ma resta aperta una ferita che rischia di diventare irreversibile: lo spopolamento. A lanciare l’allarme è Cia-Agricoltori Italiani delle Marche, che invita a guardare non solo agli edifici ricostruiti, ma anche alle persone, alle famiglie e alle imprese agricole che non sono più tornate.
«La ricostruzione è finalmente visibile, ma la sua lentezza ha contribuito ad amplificare un fenomeno già presente», sottolinea il presidente Cia Marche Alessandro Taddei. Molte famiglie sfollate verso la costa hanno infatti scelto di stabilirsi nei centri più grandi, mentre per diverse aziende agricole il sisma ha rappresentato il punto di non ritorno.
Il progressivo abbandono delle attività agricole è evidente anche nella crescita delle superfici boschive e dei terreni non coltivati. «Quando l’agricoltore lascia la montagna – osserva Taddei – non scompare solo un’attività produttiva, ma una presenza quotidiana che cura il territorio, mantiene vivi i paesi e svolge un ruolo fondamentale sul piano ambientale».
Cia Marche ricorda anche la mobilitazione seguita alle scosse, con il sostegno alle aziende attraverso abitazioni temporanee, strutture per stalle e fenili. Per gli allevatori, infatti, lasciare le aree colpite non era possibile: animali e attività dovevano essere accuditi quotidianamente. In alcune zone, inoltre, il sisma modificò o interruppe il flusso delle sorgenti, costringendo a utilizzare autobotti per garantire l’acqua agli allevamenti.
Secondo Matteo Carboni, presidente Cia Ascoli-Fermo-Macerata, oggi è necessario «ricostruire la comunità», potenziando scuole, sanità, commercio, servizi e collegamenti con la costa. Gli agricoltori delle zone montane, inoltre, affrontano costi più elevati e rese inferiori e hanno bisogno di incentivi adeguati.
La richiesta è dunque di accelerare la ricostruzione e accompagnarla con politiche capaci di rendere nuovamente attrattive le aree interne. «Possiamo ricostruire tutti i nostri paesi – conclude Taddei – ma se perdiamo agricoltori, famiglie e imprese rischiamo di ritrovarci con paesi nuovi e vuoti».
