Dieci anni fa la terra tornava a tremare nel Centro Italia. Alle 3.36 del 24 agosto 2016 iniziava una delle sequenze sismiche più drammatiche della storia recente del Paese. Oggi, nel ricordo delle 299 vittime, il decennale diventa anche occasione per guardare al cammino compiuto e a quello ancora da percorrere: tra cantieri, paesi che tornano lentamente a vivere e comunità chiamate a contrastare lo spopolamento delle aree interne.
Era la notte del 24 agosto 2016 quando una scossa di magnitudo 6.0 colpì il Centro Italia. Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto furono i luoghi più duramente segnati. Il bilancio fu terribile: 299 vittime, migliaia di sfollati, abitazioni, chiese, scuole e attività produttive distrutte o gravemente danneggiate.
Quella del 24 agosto fu soltanto l’inizio. Nei mesi successivi nuove fortissime scosse interessarono un territorio vastissimo tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, cambiando per sempre il volto dell’Appennino centrale.
A dieci anni di distanza, il ricordo delle vittime resta il primo pensiero delle comunità colpite, ma l’anniversario diventa inevitabilmente anche un momento per fare il punto sulla ricostruzione.
«Il decennale non è soltanto una data», sottolinea il commissario straordinario alla ricostruzione Guido Castelli. È, piuttosto, un richiamo alla «responsabilità della memoria» e alla consapevolezza che ricostruire non significhi soltanto realizzare opere, ma restituire futuro alle comunità.
I numeri contenuti nel Rapporto 2026 raccontano un processo che negli ultimi anni ha accelerato, ma che è ancora lontano dalla conclusione.
Sul fronte della ricostruzione privata sono state presentate 36.149 richieste di contributo, per un valore complessivo di 17,82 miliardi di euro. I contributi concessi hanno raggiunto 12,59 miliardi, mentre le liquidazioni superano gli 8 miliardi. I cantieri autorizzati sono 23.361 e quelli conclusi 14.968, oltre il 64% degli interventi avviati.
Si riduce intanto anche il numero delle famiglie ancora assistite: sono 8.759, quasi il 40% in meno rispetto al 2022.
Per la ricostruzione pubblica sono invece programmati 3.667 interventi, per oltre 4,85 miliardi di euro. Circa il 40% delle opere è concluso o in corso, mentre secondo i dati della struttura commissariale il 98% degli interventi risulta ormai sbloccato e avviato.
Un capitolo particolarmente importante riguarda le scuole: sono 459 gli interventi previsti, per circa 1,6 miliardi di euro. Tra le opere simbolo già restituite alle comunità marchigiane ci sono l’ITTS “Eustachio Divini” di San Severino Marche e l’Istituto comprensivo “Ugo Betti” di Camerino.
Anche il patrimonio religioso, profondamente ferito dal terremoto, rappresenta una parte consistente della ricostruzione: sono 1.276 gli interventi sugli edifici di culto, per un valore superiore ai 750 milioni di euro.
Dieci anni dopo, tuttavia, la sfida non riguarda più soltanto la ricostruzione materiale.
Il terremoto ha colpito territori che già prima del 2016 dovevano confrontarsi con spopolamento, invecchiamento della popolazione e progressivo impoverimento dei servizi. Ricostruire una casa, una scuola o una chiesa rischia di non essere sufficiente se poi mancano persone disposte a restare, famiglie, imprese e opportunità di lavoro.
È da questa consapevolezza che nasce quello che la struttura commissariale definisce “Modello Appennino centrale”: affiancare alla ricostruzione materiale una strategia economica e sociale capace di garantire il “diritto a restare” e, per chi se ne è andato, anche la possibilità di tornare.
Il programma Next Appennino ha messo a disposizione 1,78 miliardi di euro del Fondo complementare al Pnrr proprio per sostenere economia, servizi, infrastrutture e transizione ecologica.
Qualche segnale arriva anche dal mercato del lavoro. Il tasso di occupazione nell’area del cratere è indicato al 66,1%, mentre tra il 2022 e il 2025 sono cresciute le nuove assunzioni. Nelle province di Ascoli Piceno, Macerata e Perugia la percentuale di giovani Neet – coloro che non studiano e non lavorano – risulta oggi inferiore alla metà della media nazionale.
Il paragone scelto dal commissario Castelli è quello con il Friuli del 1976, dove furono necessari 19 anni per completare la ricostruzione. Il cratere del Centro Italia è però ancora più esteso: circa 8 mila chilometri quadrati distribuiti tra quattro regioni.
«Siamo a metà del lavoro e stiamo procedendo spediti», afferma Castelli.
Ma dietro le percentuali, i miliardi stanziati e il numero dei cantieri rimane la dimensione più difficile da misurare: quella delle persone.
Perché il sisma del 2016 non ha distrutto soltanto edifici. Ha interrotto vite, disperso comunità e modificato il rapporto di migliaia di persone con i luoghi nei quali erano nate e cresciute.
A dieci anni da quella notte, dunque, la ricostruzione dell’Appennino centrale continua. E la sfida più grande resta forse la stessa di allora: fare in modo che insieme alle case tornino a vivere anche i paesi.
