Pubblichiamo l’articolo a cura degli alunni della classe 3B della Scuola Secondaria di primo grado, Convitto Nazionale “G. Leopardi” di Macerata
di Anita Recchi, Lorenzo Maltoni, Chiara D’Ercoli, Riccardo Rosati, Samuele Luchetti, Greta Giulianelli, Kristian Galli e Davide Pettinari
Abbandonare ricordi, amici, famiglia e perfino una parte della propria identità per inseguire un futuro migliore. È questo il filo conduttore della mostra “La memoria parla”, visitata nei giorni scorsi dalle classi terze della scuola secondaria di primo grado e dalla classe quinta primaria del Convitto Nazionale “G. Leopardi” di Macerata alla Galleria degli Antichi Forni. Una mostra speciale, perché a raccontare c’erano i protagonisti stessi delle storie esposte.
Un’esperienza intensa che ha permesso agli studenti di conoscere da vicino le memorie dei minori stranieri non accompagnati accolti nel nostro territorio. Ad accoglierli è stato Andrea Braconi, operatore e giornalista impegnato nei progetti di accoglienza attivi a Macerata e dintorni da più di dieci anni. Il percorso espositivo, invece, è guidato dalle fotografie di Monia Marchionni, artista di Porto San Giorgio, che attraverso immagini simboliche racconta sogni, ricordi e ferite di ragazzi arrivati in Italia dopo viaggi lunghissimi e pericolosi. La mostra raccoglie venticinque scatti realizzati durante un laboratorio fotografico svolto nel periodo di accoglienza. Non un corso per diventare fotografi, ma uno spazio per esprimere esperienze difficili da raccontare a parole. Ogni immagine è costruita insieme ai giovani migranti: c’è chi si fa ritrarre con oggetti legati al proprio passato, chi con simboli del lavoro che sogna di fare, chi con elementi che rappresentano la paura e la speranza. Una delle domande poste durante il laboratorio è stata semplice solo in apparenza: “Avete un oggetto che siete riusciti a portare con voi?”. Per molti la risposta è stata no. Durante il viaggio, infatti, spesso vengono fermati alle frontiere e privati di tutto. Solo pochi sono riusciti a conservare qualcosa che li legasse alla propria casa e alla propria famiglia: un anello, la foto sgualcita della fidanzata, di una zia o della mamma, un braccialetto, brandelli di pagine da libri sacri.
I loro autoritratti partono spesso da oggetti, concreti o astratti, per simboleggiare ciò che ci rappresenta di più e che teniamo stretto a noi. Tra le immagini più significative c’è quella di Mohamed Gueye, 18 anni, partito dalla Guinea e arrivato a Lampedusa dopo 175 giorni di viaggio. Nella sua fotografia è circondato da meloni arancioni. Per lui non sono semplici frutti: rappresentano i nonni e i pomeriggi passati ad aiutarli nell’orto. “Il mio ricordo felice erano quei momenti”, ha raccontato agli studenti. Ascoltare la sua testimonianza dal vivo è stato, per molti ragazzi, “surreale”. “Non immaginavo parlasse italiano così bene”, ha commentato una studentessa, colpita non solo dalla sua storia ma anche dalla sua determinazione. Mohamed ha spiegato di aver deciso di partire quando il padre, andato in pensione, non riusciva più a sostenere le spese scolastiche sue e dei fratelli. “Sono partito senza dire niente ai miei genitori. Non avrebbero mai accettato”, ha detto. Per sei mesi la famiglia lo ha creduto morto. Solo una volta arrivato a Lampedusa è riuscito a chiamare casa: “Quando ho sentito la voce di mia madre siamo scoppiati a piangere tutti e due. Ora ci sentiamo quasi ogni giorno”. Lui ha deciso di rimanere in Italia perché voleva imparare una nuova lingua e una nuova cultura. Altri suoi coetanei scelgono invece la Francia perché conoscono già il francese. I motivi che li spingono a partire? Guerre, principalmente, oppure dittature o povertà estrema, a volte tutto questo insieme. Il viaggio per tutti è segnato da momenti durissimi. Attraversando il deserto del Sahara, ad esempio, la guardia di frontiera ha fermato Mohamed costringendolo a tornare indietro. “In quel momento volevo mollare”, ha confessato. “Ma poi, grazie a un compagno, un fratello, ci ho riprovato”. Anche il mare ha messo alla prova il suo coraggio: durante la traversata l’imbarcazione si è ribaltata. “Ho pensato di aver fatto una scelta sbagliata, che non ce l’avrei fatta”. In quell’occasione, ha raccontato, una ragazza era caduta in acqua così, nonostante non fosse un gran nuotatore, si buttò per aiutarla, ma ormai era troppo tardi; altre persone che non sapevano nuotare si sono poi aggrappate al suo salvagente e sono riuscite a salvarsi. Un episodio che ha colpito profondamente gli studenti. Eppure, nonostante tutto, Mohamed non si è arreso. “Un fratello mi ha dato la forza di continuare”, ha spiegato, usando una parola – fratello – che per lui, come ha sottolineato, significa “amico vero”, qualcuno che ti sostiene quando stai per crollare. Oggi vive in un appartamento messo a disposizione dal Comune di Macerata insieme ad altri ragazzi. Gioca a calcio, come faceva nel suo Paese, e sogna di costruirsi un futuro qui, pur con il desiderio di riabbracciare un giorno la sua famiglia.
Accanto alla sua storia, molte altre immagini raccontano sogni e speranze: chi si vede chef e viene ritratto tra pentole e utensili da cucina; chi immagina di fare il postino e appare con lettere sparse attorno; chi non sa ancora quale strada intraprendere e viene rappresentato con occhi che lo osservano da ogni lato, simbolo di ricerca e incertezza. Alcuni racconti parlano di prigionia e confini attraversati a caro prezzo. Un ragazzo, ad esempio, è rimasto in carcere per mesi prima che il nonno riuscisse a pagare la cauzione. Un altro, Mitna Varhayang, ha mostrato la foto del proprio volto ferito durante la fuga dal Ciad, segno concreto di quanto sia stato alto il costo della speranza. Un migrante non riusciva neanche a parlare davanti ai ragazzi, per la commozione, come se avesse un muro nel cuore, ma il suo messaggio è arrivato comunque forte e chiaro.
Durante la visita, gli studenti non sono stati solo spettatori. Invitati a chiudere gli occhi e a immaginare una fotografia importante della propria vita, hanno riflettuto su cosa significhi lasciare tutto a tredici o quattordici anni. Un esercizio semplice ma da brividi, capace di far capire quanto sia difficile partire senza certezze, soprattutto per una società come la nostra, abituata a tutte le comodità. “L’accoglienza non significa solo ospitare chi arriva, ma anche e soprattutto superare i pregiudizi e avere più umanità”, è emerso dal confronto finale. Dietro ogni migrante non c’è infatti un numero, ma una storia fatta di affetti, sogni e paure. Insieme a loro “Viaggiano doni e scelte. Viaggia il domani”, come ha affermato Shuban Muhammad Khan, proveniente dal Pakistan. La mostra “La memoria parla” non racconta quindi solo viaggi di migrazione. Racconta la forza, il coraggio e la determinazione di ragazzi che, nonostante tutto, continuano a credere in un futuro diverso. Come ha ribadito il nigeriano Friday Igoche, sopravvissuto a 1111 giorni di odissea: “Mi hanno costretto a essere schiavo. Ma il sogno, anche se tormentato, mi ha tenuto vivo, libero e resistente”.
Un’esperienza che, come hanno detto gli studenti coinvolti, “non capita spesso” e fa riflettere a 360 gradi: ricorda a tutti, soprattutto ai più giovani, che la memoria, quando trova spazio per esprimersi, può diventare un ponte tra esperienze lontane e aprire finestre per comprendere ed essere compresi.

