Nel Giovedì Santo, durante la Messa in Coena Domini, il vescovo di Macerata mons. Nazzareno Marconi ha rivolto alla comunità una riflessione profonda sul significato dell’amore cristiano, del servizio e della vera liberazione. Al centro dell’omelia il gesto della lavanda dei piedi, interpretato come chiave per comprendere il mistero della croce e come invito a superare le logiche della forza e della violenza per scegliere quelle dell’umiltà e della relazione.
Vi proponiamo il testo integrale dell’omelia.
di mons. Nazzareno Marconi*
Questa sera entriamo nel cuore del mistero della nostra fede. La liturgia ci fa sostare in un momento carico di significato: la cena pasquale di Gesù, il suo ultimo gesto prima della croce. Non è semplicemente un addio, ma una chiave di lettura: Gesù interpreta la sua morte, la illumina, la trasforma in rivelazione d’amore.
La prima lettura ci riporta alla Pasqua di Israele: l’agnello immolato, il suo sangue posto sugli stipiti delle porte, segno di protezione e di liberazione. Quel sangue non è magia, ma memoria viva: è il segno di una vita donata che salva. Israele viene liberato non solo da una schiavitù esterna, ma viene messo in cammino verso una libertà più profonda, quella di appartenere a Dio.
È proprio dentro questa tradizione che Gesù comprende e offre sé stesso. Celebrando la Pasqua, egli riconosce nell’agnello una figura della sua stessa vita. Non è vittima di un destino cieco, ma è colui che liberamente si dona. Il suo sangue, cioè la sua vita offerta, diventa protezione e salvezza. Non salva dalla morte biologica, ma da ciò che davvero imprigiona l’uomo: il peccato, le sue ferite, le sue conseguenze personali e sociali.
Questa è la vera liberazione: non semplicemente uscire da una situazione difficile, ma essere liberati da ciò che dentro di noi genera egoismo, divisione, ingiustizia. Gesù non viene a cambiare superficialmente le cose, ma a trasformare il cuore dell’uomo e, attraverso questo, anche la storia.
Il Vangelo di Giovanni ci sorprende: invece di raccontare l’istituzione dell’Eucaristia, ci presenta la lavanda dei piedi. Un gesto che, a prima vista, sembra secondario, quasi domestico. In realtà è una rivelazione densa di significato. Gesù si alza da tavola, depone le vesti, si cinge un asciugamano e si inginocchia davanti ai discepoli. Compie il gesto dello schiavo.
Qui Giovanni ci dice come dobbiamo capire la croce. L’offerta della vita di Gesù non è un atto eroico nel senso umano, ma è un servizio d’amore. È Dio che si abbassa, che si fa vicino, che si mette ai piedi dell’uomo. Non salva dall’alto, con un gesto di potenza, ma dal basso, con un gesto di umiltà.
E c’è di più: Gesù dice a Pietro che senza questa lavanda non può avere parte con lui. Non si tratta solo di un esempio morale, ma di una vera purificazione. Il suo amore ci lava, il suo sangue ci purifica, ci rende capaci di comunione. Il male che portiamo dentro non si elimina con la forza, ma lasciandoci amare, lasciandoci servire da Dio.
Questa è la rivelazione sconvolgente di questa sera: Dio è così. Non è il Dio della forza che schiaccia, ma dell’amore che serve. Non è il Dio della prevaricazione, ma della relazione. Non è il Dio della violenza, ma della misericordia.
E questa visione capovolge radicalmente le logiche umane, anche — e forse soprattutto — quelle contemporanee. Viviamo in un mondo dove spesso si pensa che per vincere bisogna imporsi, che per risolvere i conflitti serve più forza, che la sicurezza si costruisce accumulando potere. Ma Gesù ci mostra un’altra strada.
Non si può vincere il male restando dentro la stessa logica del male. Non si può vincere la guerra con la guerra, la violenza con altra violenza. Non si possono sanare le ingiustizie continuando a costruire sistemi basati sulla disuguaglianza e sullo sfruttamento dei più deboli. Queste logiche generano solo altra sofferenza, anche quando sembrano offrire soluzioni immediate.
Gesù rompe questo circolo. Lo fa non con un discorso, ma con un gesto: si inginocchia. È un gesto che disarma, che spiazza, che chiede conversione. Ci dice che la vera forza è amare fino alla fine, che la vera grandezza è servire, che la vera libertà è donarsi.
E allora questa sera la domanda è inevitabile: accettiamo di lasciarci lavare i piedi da Gesù? Accettiamo di essere amati così, in modo gratuito, disarmante, umile? Perché solo se accettiamo questo, possiamo anche entrare nella sua logica.
E poi: siamo disposti a fare lo stesso? Non in modo generico, ma concreto. Nelle nostre relazioni, nelle nostre famiglie, nel lavoro, nella società. Siamo capaci di uscire dalle logiche della competizione, del dominio, della chiusura, per entrare in quelle del servizio, dell’ascolto, della cura?
La lavanda dei piedi non è una scena da contemplare una volta all’anno. È uno stile di vita. È la forma concreta che prende l’amore cristiano. È la traduzione quotidiana della croce.
Gesù, celebrando la Pasqua, ci consegna un modo nuovo di vivere: un’esistenza che si spezza e si dona come il pane, che si versa come il vino, che si china come un servo. Questa è la via della vera liberazione.
Chiediamo allora questa grazia: di lasciarci salvare da questo amore e di diventare, a nostra volta, segni di questo amore nel mondo. Perché solo così il male viene davvero vinto, e la vita nuova di Dio può fiorire in mezzo a noi.
*Vescovo di Macerata
