Le radici marchigiane, l’eredità del Concilio, la scelta degli ultimi e il martirio durante la dittatura argentina. Nella splendida chiesa barocca di San Filippo Neri la diocesi di Macerata ha ricordato il beato Enrique Angelelli con Anselmo Palini, autore di un volume dedicato al vescovo di La Rioja. Una storia che si intreccia con i sessant’anni della missione diocesana in Argentina e con il recente viaggio di una delegazione maceratese nei luoghi del martirio.
A cinquant’anni dalla morte, la voce di Enrique Angelelli continua a parlare anche alle Marche. Il vescovo argentino di La Rioja, ucciso il 4 agosto 1976 durante gli anni più bui della storia argentina, aveva infatti profonde radici marchigiane: il padre era originario di Montegiorgio, la madre, Celina Carletti, proprio di Cingoli.
Ed è stata la splendida chiesa barocca di San Filippo Neri, nel cuore della città, ad accogliere l’appuntamento promosso dalla diocesi di Macerata per ricordare il vescovo martire nel cinquantesimo anniversario della morte.
Dopo la celebrazione eucaristica, Anselmo Palini ha presentato il suo libro “Enrique Angelelli – Soltanto il Vangelo, con il commento della nostra vita”, ripercorrendo la vicenda umana, pastorale e spirituale di un uomo che pagò con la vita la scelta di stare accanto ai più deboli.
«Enrique Angelelli è stato un grande testimone di pace e di giustizia, un martire del Vangelo, come lo ha definito papa Francesco – ha ricordato Palini – perché ha pagato con la vita la sua voce e la sua opera in difesa dei poveri e degli oppressi».
Per comprendere Angelelli occorre però tornare alla Chiesa nella quale maturò il suo episcopato. Partecipò al Concilio Vaticano II e ne fece propria la spinta verso una Chiesa capace di uscire dalle sacrestie, leggere i segni dei tempi e condividere fino in fondo la vita del proprio popolo.
Una sensibilità che nell’America Latina del post-Concilio assunse una forza particolare, ponendo al centro la scelta preferenziale per i poveri.
Nella diocesi di La Rioja questo significò per Angelelli stare accanto agli operai, ai contadini e alle comunità più povere, sostenere le loro richieste di giustizia, denunciare lo sfruttamento e dare voce a chi non ne aveva. Il suo motto episcopale, «con un orecchio al Vangelo e l’altro al popolo», raccontava bene un modo di essere pastore nel quale l’annuncio cristiano non poteva essere separato dalla vita concreta degli uomini e delle donne affidati alla Chiesa.
Quella scelta lo rese progressivamente scomodo. Non soltanto al regime militare, ma anche ai grandi interessi economici e ai settori più conservatori della società argentina.
Il 4 agosto 1976 Angelelli stava tornando a La Rioja dopo aver celebrato la Messa nella località di El Chamical, dove pochi giorni prima erano stati assassinati i sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville. L’auto sulla quale viaggiava uscì di strada.
Per anni si parlò di un incidente.
La verità giudiziaria sarebbe arrivata molto più tardi, riconoscendo nella morte del vescovo un omicidio legato alla repressione della dittatura.
La Chiesa ne ha riconosciuto il martirio e nel 2019 Angelelli è stato proclamato beato insieme a Carlos de Dios Murias, Gabriel Longueville e al laico Wenceslao Pedernera.
Una figura particolarmente cara a papa Francesco, che più volte ne ha ricordato la testimonianza e il martirio.
Cinquant’anni dopo, quella testimonianza continua ad attraversare anche il magistero della Chiesa. Papa Leone XIV, nella sua enciclica “Magnifica Humanitas”, ha inserito il beato Enrique Angelelli accanto a san Massimiliano Maria Kolbe e sant’Oscar Romero tra i «martiri della fraternità e della giustizia»: uomini che, in condizioni spesso drammatiche, hanno incarnato la speranza del Vangelo e la dignità dell’uomo.
Un riconoscimento che sembra confermare l’attualità della figura raccontata da Palini a Cingoli.
«L’esperienza di Angelelli oggi è quanto mai importante – ha sottolineato l’autore – perché siamo in un tempo in cui la logica della forza ha preso il posto della logica del diritto. Angelelli ci insegna invece che le ragioni della pace e del diritto devono prevalere e devono affermarsi».
Ma il ricordo celebrato a Cingoli porta con sé anche un’altra storia. Quella del legame ormai sessantennale tra la diocesi di Macerata e l’Argentina.
L’incontro dedicato ad Angelelli si inserisce infatti nell’anniversario dei sessant’anni delle missioni diocesane nel Paese sudamericano, una presenza che ha costruito negli anni relazioni e legami capaci di attraversare l’oceano.
Un rapporto tornato particolarmente vivo proprio nelle scorse settimane, quando una delegazione maceratese si è recata in Argentina e ha preso parte a La Rioja alle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del martirio di Angelelli.
A raccontare quell’esperienza a Cingoli è stato don Alberto Forconi.
«Tutta l’Argentina, tutta l’America Latina ha salutato questo martire ed era importante anche la nostra presenza: non potevamo essere assenti. Abbiamo condiviso celebrazioni oltremodo solenni, per la grande partecipazione della gente, delle autorità e di una decina di vescovi».
Parole che restituiscono la dimensione di una memoria che in Argentina non appartiene soltanto ai libri di storia. A cinquant’anni dalla morte, Angelelli continua a essere riconosciuto come il pastore che scelse di condividere il destino del proprio popolo.
Dalle Ande alle colline marchigiane, cinquant’anni dopo, la voce di Enrique Angelelli continua così a ricordare che il Vangelo può essere annunciato anche attraverso il «commento della nostra vita».
