Una caratteristica che deve sempre contraddistinguere lo stile cristiano nel vivere le situazioni dell’esistenza è la prospettiva, la visione, che per noi si chiama Speranza. Per questo, come nello scorso anno, ho preparato, per consegnarla nella Messa Crismale, la Lettera Pastorale per il prossimo anno pastorale, che inizierà a settembre 2021. Sei mesi di anticipo potrebbero sembrare eccessivi, ma la motivazione è legata al metodo pastorale con cui stiamo lavorando ormai da tempo. Anche io come molti vengo da un tempo in cui il metodo pastorale era ritmato in: Vedere, Giudicare, Agire. Vedere la realtà, giudicarla alla luce della Parola di Dio e della sapienza consolidata della Tradizione, progettare di conseguenza una linea di azione secondo temi, ritmi, iniziative consolidate nel tempo.
Questo funzionava in un mondo armonico ed omogeneo, dove la fede cristiana era ancora uno degli elementi costitutivi dello stile di vita della maggioranza. Oggi invece siamo in un tempo costantemente in cambiamento, dove i riferimenti della fede tendono a diventare marginali per i più, mentre problematiche nuove e sempre più complesse, non trovano facilmente nella Tradizione risposte o orientamenti immediati ed indubitabili.
La realtà poi è difficile da leggere con un occhio cristiano, perché nessuno può vederla tutta e direttamente. La grande interconnessione di un mondo fattosi piccolo, eppure sempre grandissimo, non permette di abbracciare con lo sguardo tutta la realtà che ci riguarda. Se oggi è difficile vedere una realtà così ampia e complessa, possiamo solo sentircela raccontare dai mass media. La mia lunga esperienza di studio biblico sulle “narrazioni” mi ha insegnato quanto siano potenti le armi della narrazione. Non a caso nella politica di oggi si parla tanto dell’importanza della narrazione, del saper raccontare la realtà per indirizzarne la comprensione e influenzare così i processi decisionali della gente. Una realtà “narrata” è già ritagliata, interpretata, colorata e non solo in superficie. Nel mondo di oggi chi si limita a vedere la realtà attraverso il racconto dei media, non avrà mai una visione evangelica delle cose. Da un tale vedere deriverà un giudicare già segnato dal pensiero dominante, spesso tutt’altro che credente e cristiano. Da ciò consegue che il progettare, per poi agire in stile evangelico, diventerà particolarmente complesso e spesso non si realizzerà secondo le speranze.
Gesù ci dice che dobbiamo essere “nel mondo”, agire “per il bene” del mondo, ma non diventare “del mondo”, non appiattirci in un pensiero mondano che spesso è lontano dal Vangelo. In questa situazione la missione di evangelizzare il mondo, la missione della Chiesa è diventata particolarmente complessa. La reazione di alcuni porta a cambiare il metodo operativo in: sapere, giudicare, agire. Si tratterebbe solo di conoscere la fede in astratto e prima del contatto col reale, poi di giudicare il mondo a partire da idee e schemi già dati e quindi di diventare operativi. Un metodo bello ed affascinante, perché è chiaro e semplice, ma che ci lascia “fuori dal mondo”. In questo metodo pastorale non si attua nessuna incarnazione, non c’è nessun avvicinarsi alla realtà pieni di compassione, è il metodo del fariseo, che giudica da lontano, non del buon samaritano che si avvicina e si sporca le mani.
Cosa resta da fare? Non ho certo ricette da proporre, ma in questi anni ho visto il buon risultato di un metodo molto vicino al metodo sperimentale. Lo scienziato, che sulla base di ciò che sa ha formulato una teoria, immagina un’ipotesi, colpisce la realtà aspettandosi una risposta e se vede che “funziona”, fa un ulteriore passo avanti. Se dovessi definire una terna direi: provocare, discernere, ricominciare.
Partendo dall’ascolto del Vangelo e della sapienza millenaria della Chiesa, una sapienza spirituale ma anche antropologica, credo che il compito del Vescovo sia quello di: provocare un pensiero non scontato sul reale, indicare una via che scomodi le nostre abitudini, narrare il reale da un punto di vista diverso da quello facile e dominante. Questo cerco di fare ogni anno di più con la mia Lettera Pastorale, che non è una summa di risposte già pronte e sicure, ma piuttosto una raccolta articolata di domande, che spero non appaiano scontate. È l’indicazione di vie forse degne di essere esplorate. È la proposta di riscoprire stili e metodi che abbiamo dimenticato, o troppo velocemente messo da parte.
Lavoro come fa lo scienziato che prepara un esperimento: da una parte desidera che l’esperimento riesca, così da confermare la bontà delle sue teorie, ma dall’altra valuta positivo anche un fallimento, perché solo così potranno giungere teorie nuove e migliori.Per questo consegno per tempo la mia Lettera Pastorale: perché possa essere corretta, provata, criticata e spero migliorata da molti. Questo intendo per lavoro “sinodale”. Solo con questo contributo comune la Lettera diventa un materiale provocante, utile per discernere ciò che è più giusto, per fare un passo avanti. Non fare cento passi, non aprire una nuova strada, ma fare solo un piccolo passo possibile.
Poi il metodo richiede di ricominciare. Ricominciare a lasciarci provocare dalla Parola e dalla sapienza della Chiesa, in vista di un altro piccolo passo possibile. Non è certo un metodo pastorale che appaia glorioso ed entusiasmante. Ma per i tempi in cui viviamo, mi sembra il più saggio.
Direi che il titolo della prossima lettera potrebbe essere: “Per una Chiesa viva e non sopravvissuta”.
